
Quando sono nato la guerra era finita da appena 15 anni, un tempo veramente breve a ripensarci ora ma che allora mi sembrava incommensurabilmente esteso: il sentimento del presente, la sensazione, era quella di vivere in un’altra dimensione della storia, quella dello sforzo di ricercare soluzioni non armate ai conflitti tra i popoli, quella che voleva chiudere l’esperienza della guerra avendone tratto l’insegnamento che non si dovesse mai più ripetere. Non era per la lontananza temporale – a ripensare oggi quello che è successo/ci è successo 15 anni prima, non lo percepiamo certamente come evento lontano e alieno dal presente – che si percepiva la diversità dal vissuto della guerra ma per il cambio di paradigma che la comunità internazionale in qualche modo faceva proprio, almeno formalmente, sintetizzato in modo magistrale dall’art.11 della nostra costituzione.
Ho fatto in tempo a sentire racconti reali, storie minime, di molti che il periodo bellico e pre-bellico l’hanno attraversato. E nella scuola che si frequentava allora, continuamente ci veniva ricordato che quello che era successo con la guerra, l’olocausto, la Shoà, era orribile e non poteva e doveva mai più accadere.
La mia generazione è cresciuta leggendo i testi di Primo Levi, approfondendo la storia di quel genocidio avvenuto nel cuore d’Europa, leggendo le giustificazioni dei gerarchi nazisti al processo di Norimberga, riflettendo sulla banalità del male come ce lo proponeva Hanna Arendt. Dunque é stato normale e naturale accogliere con simpatia la ricostituzione in una identità statale del popolo ebreo (anche se fin da allora era rimossa la storia che rendesse conto di come era avvenuta questa costituzione) che così profondamente era stato vittima, per definizione, della seconda guerra mondiale.
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